domenica 23 Febbraio 2020
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Berlusconi ha detto “Jole non me l’ha data” ? … e fattela ‘na risata! (cit. Sora Lella)

C’è stato un momento nella vita di questa povera nazione, in cui si poteva essere spontanei. La migliore tradizione dei nostri film, quelli con Sordi, De Sica eTotò, sfornava battute senza sollevare troppi scandali in un’Italia cattolica che avrebbe dovuto, stando alla teoria contemporanea, essere stata più bigotta. Ed invece conosceva l’elementare differenza tra discorso serio e scherzoso.

Viviamo invece un’epoca bigotta, dove la gente è dominata dal timore (ed assieme dall’obbligo) di esprimersi secondo un codice  rituale, quasi religioso, ovviamente senza fare riferimento ad alcuna religione.
Uno dei segni conclamati dell’assenza di libertà d’espressione, quella tanto sbandierata, è appunto l’assenza di ironia.
Si sa che non si può sorridere a comando: precondizione al sorriso è che chi sorride, si senta a proprio agio. Difficile sorridere davanti ad una ghigliottina. Il luogo di una battuta è solitamente quello dell’intimità, tra familiari, amici.
Sorridendo si ammette che siamo umani e fallaci, che non siamo perfetti ma perfettibili; si conviene che, pur nelle nostre miserie, siamo degni di essere perdonati.
Il luogo del sorriso oggi si nasconde dietro lo schermo, dove nessuno vede che quella battuta del Cavaliere di ha fatto, semplicemente, ridere tutti.
Il Cavaliere che (magari) si rende conto di essere un po’ incartapecorito, un po’ plastificato, ma che si permette una nostalgia da improbabile playboy DEVE far sorridere. In fondo sta scagionando la Santelli dall’essere stata una delle sue olgettine e al contempo (magari) recita la parodia di un dongiovanni che visse un’altra epoca, non più la sua.
Poi però si impone la reazione codificata e l’utente medio, servo del sistema, mette le faccine arrabbiate, grida al rogo. Perché altrimenti finirebbe nel crogiuolo dei “maschilisti”, e dal maschilismo ad altro, chessò alla violenza sulle donne, è un attimo. No: meglio non rovinarsi la reputazione sul web, che sarà anche finta, però è lì che si vive.
Eppure il Cavaliere, di per sé, ha il pregio di dire quello che è. Nella sua battuta c’è un pezzo di Italia che non se ne è ancora andata. È nascosta, è la vera Resistenza. l’Italia spensierata, quella dei cinepanettoni, anche dell’inflazione. Ma dove avevamo comunque la responsabilità dei nostri disastri, il permesso delle nostre emozioni. Gli eroi della commedia italiana avevano la pancia, non mangiavano plastica e dicevano quello che tutti, anche oggi, pensano dietro lo schermo.
Ammettiamo invece che oggi la precondizione per una risata, la benevolenza, l'”umanità”, tanto decantate e poco praticate, siano vietate o meglio esercitabili a fasce tematiche; che non esista la spontaneità e sia invece stata sostituita da un insieme di regole dettate dal timore di essere schedati con uno di questi quattro termini: omofobo, fascista, razzista, maschilista. Che l’uomo sia vittima dell’inganno di poter essere dio, e che il giogo della perfezione lo renda cattivo tanto da condannare chi ha il coraggio di mostrarsi umano.
L’italiano è schiavo di questo, di questa moralismo senza morale. Deve chiedersi persino perché sorridere, se sia producente o meno secondo canoni peraltro piuttosto idioti. Non può nemmeno permettersi quello che Pirandello chiamava il “sentimento del contrario” di fronte alla vecchietta dal trucco smodato, al vecchietto con velleità da playboy. Per ridere, oggi, bisogna fare una chiamata all’ufficio buon costume, vedere il contrario di cosa è lecito ritenere “contrario”. E poi si, si può pure sorridere.
Nel romanzo “Il nome della rosa”, il famigerato (mai realmente esistito) oscurantismo medioevale, era incarnato da un vecchio monaco che inizia ad uccidere una serie di confratelli per nascondere un libro. Il riso e l’arte comica contenuti nel testo, secondo l’omicida, sono una seria minaccia, poiché il riso risulta sovversivo e potrebbe distruggere l’ordine costituito.
Non è così. Ogni volta che ridiamo di una qualsiasi gaffe di un essere umano, anziché condannarlo, lo stiamo amando. Ma questo, l’etica moderna, non sa più farlo.
Ritorniamo al buon senso, anche a quello più spicciolo, quella vocina sottile che dice: “E fattela ‘na risata, che magari domani te svegli sotto a ‘n cipresso!” (Cit.Sora Lella)
Cesare Minniti