martedì 2 Giugno 2020
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Essere imprenditore in start-up a 31 anni in Italia ai tempi del COVID-19

“Sono cresciuto in una famiglia di imprenditori del Sud con le difficoltà di tante e tante battaglie dovute a momenti di crisi del mercato,a momenti di crisi dello stato, a momenti di crisi familiare. Ma ho sempre visto tutte le lotte come oggetto di tempra piuttosto che come veri e propri momenti drammatici.Mi è stato insegnato così e così sono abituato a pensarla. Ed ogni volta che si usciva da questi momenti dicevo a me stesso e dicevamo insieme alla mia famiglia canoniche frasi del tipo ” il peggio è passato” ” da adesso è tutta discesa” o mentre imperviavano le difficoltà ” non può piovere per sempre”, insomma tutte frasi fatte ed utilizzate per cercare di dare motivazione a periodi difficili, a periodi bui. Ho lavorato al fianco della mia famiglia per tutta l’adolescenza, maturando esperienza e dando valore ai soldi. Ho lavorato nei centri commerciali come promoter per non gravare sulle spalle di nessuno  in quei momenti tanto bui di cui parlavo, ma se serviva ero sempre presente per dare una mano. Ho visto fare le capriole alla mia famiglia per pagare tutti i debiti creati dal sistema ,dalle politiche burocratiche, o semplicemente dai cattivi pagatori. Ho cercato indipendenza, ho cercato esperienza per poi un domani seguire la strada dell’imprenditoria. Sono andato a fare esperienze lavorative in altre regioni, sono tornato, sono ripartito, e sono entrato nel sistema del precariato, dovendo subire le politiche di rotazione che ad oggi le aziende con l’appoggio dello stato effettuano. I famosi stage formativi, i famosi contratti TD. Tutti finiti con un semplice “grazie ma non abbiamo bisogno al momento”. Mi sono sposato ed insieme a mia moglie abbiamo attraversato gli stessi iter lavorativi. 6 mesi di stage, 12 mesi di TD ed un caloroso benservito. Per ben 3 volte. E ad ogni termine di rapporto lavorativo c’erano sempre le frasi fatte ” ciò che non ti uccide ti fortifica ” ” la quiete dopo la tempesta” ecc ecc. Stanco di questa vita, e con un bagaglio culturale stracolmo, decido di aprire una mia attività seguendo le orme del settore di famiglia. Faccio un prestito per avviare questa startup a dicembre 2019, apro uno studio, acquisto il necessario. Inizio consapevole che sarà difficile ma le frasi fatte e la finta tempra ottenuta negli anni hanno preso il sopravvento e la tranquillità dell’impresa davanti a me era certa. Inizio addirittura ad avere i primi incarichi. Ma poi è arrivato lui. Virus pandemico incontrollato, in un paese già affaticato dalle sue lotte politiche ed assolutamente non equipaggiato per tale emergenza. Chiudo temporaneamente. Il primo mese la preoccupazione era giustificata ma non del tutto nociva, le parole di questo governo se pur non in linea con i miei ideali, confortanti e con una presa di posizione tutto sommato salda. Secondo mese. Quella che doveva essere la certezza di un rapporto di lavoro di mia moglie da TD a TI, esplode in un caloroso ” ci dispiace ma è un momento difficile e non sei rinnovata”. Da qui, il caos, notti insonni, attacchi di panico, incombenze economiche alle porte, conto in negativo,telefonate di sollecito da parte della banca, governo confuso, aiuti inesistenti perché le startup non sono state affatto tenute in considerazione non essendo ritenute aziende consolidate piuttosto che il futuro dell’italia. E ancora, affitti da pagare, incertezza sulla propria attività, aiuti da parte dello stato rimandati, confusione, un giorno leggi una cosa un giorno un altra, hai rabbia sconforto tristezza e ti accorgi che le frasi fatte adesso non fanno più effetto. E ti accorgi che un futuro adesso è lontano, vorresti trovare conforto in una guida al governo che ti spiega una strategia solida fattibile, ma anche solo verità nuda e cruda della situazione. Ma trovi disaccordo, notizie inesatte. Hai giusto la forza per far stare tranquilla tua moglie, ma stai perdendo pure quella. All’improvviso pensi, ma seriamente quanto ancora riesci a sopportare? Quanto ancora sei disposto a subire?. Forse futuro qui non c’è né. Adesso invidi amici che sono andati all’estero. Potrebbe essere una soluzione tutto sommato, come abbiamo sempre fatto, ricominciare da capo, ma in un paese che permette l’avanzamento generazionale, in paesi dove se vali, una ditta ci tiene ad averti e diventa reciproca la cosa. Vorrei tanto non voltare le spalle al mio paese. Ma il mio paese da quando sono nato le ha voltate a me.”