REGGIO - L'associazione Cult3.0 aderisce alla manifestazione “Senza make-up” e propone una riflessione

Quando, come oggi, la violenza sempre più frequentemente entra nelle vite delle persone comuni, delle cosiddette famiglie normali e, senza pietà come nella peggiore delle guerre, uccide ragione ed umanità, massacra corpi, violenta, deturpa visi, schiaccia storie, assassinando vite e futuro, allora è il momento di fermarsi e riflettere perché le manifestazioni, la solidarietà, i convegni, i buoni intenti, è evidente ormai non servono più.

Arriva il momento dell'urgenza di partecipare e prendere posizione, di fare qualcosa di utile, della necessità di aggiungere contenuti ad un'evoluzione culturale delle pari opportunità, purtroppo fermatasi nell'approccio e nell'analisi, ai concetti e alla dialettica di un vecchio mondo, quello dell'ultima, in ordine di tempo, grande rivoluzione femminista negli anni settanta che ha avuto il merito storico della vittoria di battaglie fondamentali come divorzio e aborto.

Ma adesso rischia di portarci indietro con una dialettica di genere che nuovamente ingabbia le donne come fossero nativi americani in una riserva indiana o un panda da salvare dall'estinzione.

Nel 2019 quei linguaggi e quegli schemi rischiano, insomma, di diventare una nuova forma di ghettizzazione per la stessa donna sulla cui figura ancora si discute in base a formule e ruoli precostituiti, confondendo in questo modo i chiari sintomi di una società impazzita, dove l'essere umano si sta trasformando in un automa sempre più isolato ed autoreferenziale.

Un internauta-astronauta schiacciato e condizionato com'è, da meccanismi di vita e comunicazione sociale prefabbricati che ingabbiano in cliché innaturali con ritmi eccessivamente veloci, privi di un tempo d'elaborazione e condizionati da un flusso continuo di input e informazioni.

Un solipsismo afflitto dalla ricerca spasmodica di un'eterna gioventù e di una performance corrispondente alle aspettative del marketing e del mercato, dal rifiuto della possibilità di errore, dalla negazione della fatica e dell'attesa, ma soprattutto dall'incapacità di accettazione della sconfitta.

Sembra essere, la nostra, purtroppo una società immatura, ferma all'età di un bimbo che non sopporta sacrifici, incapace di un'autoanalisi e di una seria autocritica.

E' la società del tutto e subito, delle ragioni urlate, dei selfie e della mediocrità culturale, di un malinteso senso dell'uguaglianza che non esalta la ricchezza delle differenze, ma le azzera livellando ogni cosa.

In cui l'opinione di un ragazzino equivale a quella di uno studioso e gli adulti pare abbiano irresponsabilmente delegato ai giovani la costruzione di un futuro per il quale entrambi sembrano essere impreparati.

Probabilmente è anche per questo che alla fine ogni cosa diviene possibile ed ogni cosa diviene accettabile. E sembra che la realtà sia diventata come una fiction, come un reality, filtrata dallo schermo del telefonino di uno studente che riprende da una finestra della scuola, mentre chiacchiera con l'insegnante, una tragedia gravissima come quella di cui è stata vittima Maria Antonietta Rositani.

Intanto sui social fioccano i commenti esasperati sull'agghiacciante storia e sull'orco, ed i figli, le vittime, stanno a leggere e guardare.

E' tutto normale, va tutto bene.

Esprimiamo tutti, ovviamente, solidarietà e vicinanza alla povera infermiera selvaggiamente martoriata con il fuoco, scenderemo tutti in piazza per manifestare contro la brutalità, ma questo forse più che a lei o alle altre vittime di violenza, servirà a mettere in pace le nostre coscienze, eppure difficilmente produrrà un cambiamento reale.

Probabilmente a questo punto, invece, è necessario fare un passo indietro, responsabilizzarci tutti con l'esercizio dell'esempio quotidiano, della riflessione pacata e dell'assunzione di responsabilità rispetto alla complessità sociale nella quale viviamo.

Perché sarebbe davvero bello se il mostro fosse fermato prima della trasformazione, se le tragedie venissero impedite da un sistema sociale di tutele e supporti capace non soltanto di punire in maniera efficace e certa, ma anche di proteggere le vittime prima che sia troppo tardi.

Per queste ragioni l'associazione Cult3.0, pur aderendo, per solidarietà con la famiglia Rositani, alla manifestazione indetta per sabato mattina, ritiene indispensabile un'azione più incisiva che parta da un lavoro culturale costante, che si trasformi in azioni concrete capaci di incidere sul reale miglioramento della qualità della vita quotidiana delle persone.

A questo scopo le volontarie di Cult3.0 volendo offrire uno spunto di riflessione all'iniziativa parteciperanno alla manifestazione di sabato senza make-up per rappresentare, con un gesto seppur simbolico, la necessità di liberarsi dagli schemi anche di carattere estetico che, oggi più di ieri, sembrano imprigionare la donna, rendendola spesso schiava malata di una bellezza artificiale codificata da altri.

Inoltre, sono state programmate delle iniziative che si articoleranno nel tempo, sulla scia di una progettazione, “Storie di donne”, già avviata in occasione dell'8 marzo.

Progetti che verranno annunciati al termine dell'incontro-dibattito previsto per giovedì prossimo (21 marzo) alle ore 18 e 30 nella sede dell'associazione di via Glauco a Reggio Calabria, dal titolo “idee vs violenza”, cui parteciperanno anche la presidente della Lega dei diritti umani di Reggio Calabria, Daniela De Blasio, l'ex assessore alla cultura e legalità della Provincia reggina, Eduardo Lamberti Castronuovo, lo psichiatra e docente universitario Pasquale Romeo.

Emilia Condarelli

(Portavoce Associazione Cult3.0) 

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