''Dream. L’Arte incontra i Sogni.''

Antonino Labate

 

“La vida es sueño”. La vita è sogno. È questo il titolo di un famosissimo dramma in versi scritto attorno al 1635 da Pedro Calderón de La Barca, inquieto autore di teatro e religioso spagnolo. Tutto è illusorio nell’esistenza, tutto temporaneo e vano e la presa di coscienza di ciò – compresa la nostra impotenza rispetto al destino che incombe e ci guida – condurrebbe inevitabilmente alla più violenta follia. Solo la bellezza quieta e dona la speranza e la possibilità di plasmare – scultori della nostra stessa vita – l’esistenza, sottraendola al flusso costante ed imperscrutabile delle cose.

Bellezza, passione, scintilla creativa, desiderio dell’impossibile, fascino dell’iperbole ed enigma irrisolvibile. Viaggio tra neri abbaglianti e bianchi veli di pece; volontà rivoluzionarie per sfuggire a mari d’ombra e di noia. L’Arte non è forse tutto questo e, come il sogno, anche tanto altro ancora?

La mostra “Dream. L’arte incontra i sogni.”, in scena al Chiostro del Bramante sino al prossimo 5 maggio, propone ai visitatori variegate porte e passaggi, tutti da percorrere ad occhi ed orecchie ben aperte – memori dell’insegnamento del grande poeta Edgar Allan Poe che scriveva: “Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte.” – per immergersi nella propria e più personale concezione di sogno, nella più attuale e contemporanea idea di realtà.      

Lo spazio fisico che ci ospita è d’eccezione. Opera straordinaria del genio di Donato Bramante, il Chiostro che porta il suo nome fa parte del complesso che comprende l’attigua chiesa di S. Maria della Pace – nei pressi della famosissima Piazza Navona a Roma – chiesa resa famosa dall’affresco che decora l’arcone della cappella Chigi. Eseguito nel 1514 da Raffaello, rappresenta Le Sibille ed Angeli e dopo Villa Farnesina costituisce una ulteriore grande commissione di Agostino Chigi al genio urbinate.

Dopo il restauro terminato nel 1997, lo spazio, già adibito a convento, ospita eventi culturali e mostre di arte contemporanea, il tutto sotto un’attenta direzione istituzionale.

L’attuale esposizione completa la trilogia ideata e curata da Danilo Eccher e che ha visto, sempre negli spazi del chiostro rispettivamente nel 2016 e nel 2017, gli eventi intitolati: “Love. L’arte incontra l’amore” ed “Enjoy. L’arte incontra il divertimento”.

Attuali protagonisti del viaggio tra reale ed onirico, artisti del calibro di Bill Viola, Mario Merz, Anish Kapoor solo per fare qualche nome.

Il cortile, delimitato con somma eleganza dal portico quadrangolare a quattro archi per lato, frutto come già evidenziato della raffinata e sobria linearità stilistica dell’architetto rinascimentale, è occupato dall’installazione di Jaume Plensa che accoglie il visitatore.

 

“Laura Asia” e “Chloe’s World V” assistono mute nel loro sonno di marmo al fluire di vita, ricordi, sensazioni, immagini, aspettative e proiezioni che il sogno rappresenta. Alambicco esistenziale, imbuto che convoglia e distilla in succo motore dell’universo reale, il sogno elabora ed anticipa la vita che di esso è specchio ed immagine al contempo.

La “Sharon” di Bill Viola, immersa in apnea nei suoi liquidi sogni, ci ricorda che il mondo onirico è anche protezione, involucro etereo che avvolge la nostra anima e la protegge dagli aguzzi spigoli della realtà. L’apnea non è così segno di impossibilità d’adattamento all’universo circostante né di autarchica autosufficienza ma precondizione – con la sua fisiologica calma e l’autocontrollo che l’accompagnano – per l’interazione, senza impatto, conflitto o contrasto alcuno, tra il self e l’altro da sé.

Il percorso si snoda tra varie declinazioni: dall’interazione con la natura – come nell’opera di Mario Merz – ai giochi di ombre. L’installazione “Le théâtre d’ombres”di C. Boltanski è sintesi estrema della nostra stessa umana condizione. Sospesi sul limite sottile tra un mondo tutto interiore fatto di sola rappresentazione ed il reale con le sue pratiche contingenze: nessuna ansia invade però la scena. La leggerezza ricorda una danza involontaria, un gioco di bambini.

Altra riuscitissima installazione è quella dello svedese Henrik Håkansson che col suo “Suspended tree” riassume il non-luogo, in un tempo assente perché percepito come istantaneo, del mondo onirico. L’albero come l’esistenza e la coscienza sono sospesi. Traggono forza e legame dalla solidità terrena ma da essa non sono totalmente trattenuti e costretti: aeree sono le sue radici, solo l’ombra di esse ha contatto con il suolo, tuttavia i più alti rami non godono di illimitato spazio per espandersi. La tendenza all’infinito è controllata da uno spazio che soggiace pur sempre alle leggi della fisica, al respiro che espande e contrae l’universo stesso.

Lo spettatore è accompagnato nel percorso espositivo da un nuovo concetto di audioguida: 14 voci di attori italiani raccontano la mostra. Le parole del regista e sceneggiatore Ivan Cotroneo aggiungono porte e tragitti al viaggio, ulteriori spunti.

Senza voler tutto svelare, per nulla sottrarre a chi, incuriosito, vorrà approfittare per emozionarsi ed immergersi in questo scenario in cui importanti opere d’arte contemporanea si alternano a lavori site-specific e spazi con allestimenti più accattivanti che dall’alto spessore creativo e valida capacità sintetica e sinestesica, aggiungo una sola, ultima sottolineatura: l’opera “Light is time” dell’architetto giapponese Tsuyoshi Tane. Occorre inoltrarsi tra i propri sogni, camminare tra lo scintillio che essi emanano come la pioggia di metallo dorato dell’opera. I sogni non saranno sempre grandi ma il loro valore è costituito dall’essere nostri. I nostri sogni siamo noi. Seguiamo fiduciosi la strada che essi tracciano per noi. Questo, questo solo, rappresenterà il vero, indispensabile viaggio: la vita.

Antonino Labate    

 

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