Dalla Lega Nord di Bossi, a quella di Salvini che Lega di tutto: leghisti, sleghisti, legali e illegali. A San Luca, paese da lui definito "capitale della 'ndrangheta", tutti gli si attaccano addosso. A Genova, minuti di applausi per lui e Toninelli.
Nonostante la polemica di sinistra, per cui il leader del Carroccio avrebbe dovuto cancellare l'appuntamento di San Luca, il ministro ha previsto e rispettato entrambi gli appuntamenti. Quello con le vittime di un Sud dimenticato e dominato dalla 'ndrangheta, e quello con le vittime del crollo del ponte Morandi a Genova.
 
A San Luca Salvini inaugura l'ex-villa Pelle confiscata alla 'ndrangheta e divenuta centro sociale, visita il Municipio, la Caserma dei Carabinieri. Annuncia novità nel campo dei beni confiscati (che potranno essere, se non utilizzati, venduti) ed assunzione di nuovo personale; parla dei risultati raggiunti: triplicazione degli arresti, controlli nel territorio. Le sue risposte concise e lapidarie stendono la stampa "di regime". Nessuno gli resiste.
 
Perché Soros e co. lo lascino fare e dire ciò che vuole è la vera domanda, ma poniamocene prima un'altra. Perché Salvini è l'idolo di tutti? 
 

PERCHE' SALVINI E' PERFETTO:

 
1.Comunica. Perfettamente e con chiunque. Risponde  a tutti, ovunque. 
 
2.Non teme nulla. Né da parte del popolo, né dai giornalisti. Persino al centro di San Luca, paese che Saviano guarderebbe con una certa fifa dietro il telescopio Hubble dagli attici di Plutone, Salvini non mostra titubanze nel dare pane al pane e vino al vino.
 
3.E' diretto. A chi gli obietta, trai sanluchesi riuniti per strada davanti a lui, il ministro risponde che "la 'ndrangheta c'è e va sconfitta". Lo dice ai vari Giorgi Pelle, parenti o meno degli omonimi clan (qui tutti hanno gli stessi cognomi) che affermano che la mafia non esiste. 
 
D'altro canto, di fronte a procuratori e comandanti di cielo terra e mare di ogni forza dell'ordine riunita per l'occasione, Salvini pronuncia l'impronunciabile:
"dovremo dimostrare che lavorare con lo Stato è meglio che farsi sfruttare dalla 'ndrangheta, che c'è. " E ribadisce: "Che c'è." 
 
 
4.Non si sente Batman. O almeno, non può confessarlo a nessuno, soprattutto alla luce del giorno (anche per non sputtanare Conte-Robin). Combatte la malvagità, ma col cuore di burro tipico dei super-eroi. Come se non si rivolgesse ad assassini, ma a bimbi. Questo può far sorridere o preoccupare. Forse meno di quei politici o scrittori appartenenti ad elite prive di peccato originale, bacchettoni che nulla sanno della vita e pretendono di salvare il mondo mandando tutti in castigo. 
 
Parole di comprensione, da parte di Salvini, anche per coloro che negano la mafia: "Capisco anche la reazione d'impulso di un cittadino che è stufo di sentirsi dire in Italia e in Europa: "sei di San Luca quindi..." "sei calabrese quindi..."
E' chiaro che la 'ndrangheta qua c'è si tocca, si sente e si respira come anche a Milano, probabilmente anche nel mio quartiere, partendo da qua. " tanto più che "domani noi saremo andati via, le telecamere si spengono, ma qualcuno si trova costretto a convivere con questo sistema criminale"
"mi auguro di poter dare a questo paese un sindaco eletto, perché fa parte del sistema democratico"
Eppure Salvini ha promesso di togliere "anche l'ultimo paio di mutande ai mafiosi"disprezzando la 'ndrangheta, intesa come malattia ecoomico-sociale di un popolo abbandonato e non come il gene predominante della razza apulo-siculo-calabrese-campana che ti fa nascere delinquente. Curiosamente, questo gene razzista è passato alla sinistra, divenuta elitaria, legalista nel senso deleterio del termine, settaria e radical chic. Chi non è dei loro, è idiota o delinquente. Estremisti. 
 
5.E' instancabile. Quando il'ultimo cronista vacilla, lui si inerpica per quelle mulattiere lasciandosi dietro fuoristrada e capre.
Forse Salvini è un fantoccio bionico (non si spiegherebbe altrimenti la capacità di parlare per sei ore sommerso dalla folla e sotto un sole atomico in pieno ferragosto).
 
6.E' telepatico. Forse non parlerà mai di filosofia o geopolitica, ma dirà sempre ciò che tu, italiano medio, pensi.
Forse, lo faranno girare per l'Italia giusto il tempo di placare un po' gli animi; come se veramente popolo e politica potessero incontrarsi, bere una birra al bar, camminare per il paese della 'ndrangheta a braccetto con gli abitanti della capitale della 'ndrangheta;
forse poi, di colpo, il rappresentante della politica come l'avremmo voluta,  si scoprirà avere un conto prepagato in Svizzera in comune con Putin o comunque aver visto un film porno in adolescenza, e la gente griderà allo scandalo e cadrà il governo. Siamo in Italia, tutto è possibile. La gente capirà che era meglio tenersi Renzi,  e il ciclo destra-sinistra farà un'altro scatto.
 
 
7.E' normale. Ha una faccia comune e parla in modo comune, manda le foto dalla spiaggia esattamente come farebbe tuo figlio di quindici anni: puoi identificarti in lui: se volessi, potresti diventare anche tu ministro o capo dello Stato.Ma non ne hai bisogno, da quando c'è lui, che è normale come te. 
 
8 .E' patriota, ma di un'isola che non c'è, la Padania. E' leghista, ma adirezionale. CIò gli carantisce una certa versatilità. Con lui, tutti i meridionali possono sentirsi cittadini liberi, fin quando non si farà la Padania, e forse, anche oltre.
 

 

LE ULTIME CARTE IN MANO ALL'OPPOSIZIONE

 
Sono poche e fanno sorridere. Il fatto che non abbia rimandato l'incontro col Sud per far visita a Genova. Ci sono dei renzisti i quali affermano che nel giorno della tragedia di Genova non avrebbe dovuto fare politica. Ma affermandolo, hanno fatto politica, autocondannandosi. 
Nel giorno della tragedia, anche i giornali hanno scritto ed i fornai impanato, e così doveva essere, come sempre. Ragionevolmente,  il mondo deve girare anche nei giorni di sciagura, con un occhio a risolvere tutte le sciagure. 
 
Il Sud è la più grande sciagura  degli ultimi 100 anni d'unità. Il fatto che la questione meridionale stia a cuore ad un leghista più che ai comunisti, fa rivoltare nella tomba Che Guevara.
 

I 49 MILIONI

 
Ancora. Come se fosse compito del PD difendere gli elettori della Lega, che tra l'altro il PD detesta. Perché quei soldi sono degli elettori di Salvini. E nessuno trai leghisti si sognerebbe di fare storie per qualche spicciolo.

Tutti volere Salvini: ma non tutti possono digerirlo.

Una serata particolare, da farci un pezzo di cronaca ordinaria, ma arrivo tardi per l'intervista. C'è il grande Marcello Fonte ed il leitmotiv è sintetizzabile in "Archi-Cannes, Reggio's got the talent".

Chissà se ai tempi andati, quando c'erano i capostazione anche ad Archi, c'erano binari lunghi fino a Cannes. 

C'erano treni persino verso Milano. Era strano che lo stesso treno avesse uguale rispetto per una città ricca ed un piccolo quartiere. Era l'uguaglianza e l'opportunità: il treno poteva salvarti dal rimanere incastrato nel buio di quattro palazzine popolari a vita. 

Non era un treno, ma la quarta dimensione dove questo micromondo, e l'infinitamente distante, Milano, giacevano sullo stesso piano, separati da sedici ore. Una porta dimensionale. Chiudevi gli occhi e ti svegliavi al freddo della Grande Stazione.

Che c'entrano i treni?

È che all'epoca mio padre era pendolare e sia io che "Marcellino" (Marcello Fonte), passavamo i pomeriggi al doposcuola. Una stanza minuta con una bellissima maestra, Santina, che ci faceva lezioni diverse. Non aveva il coraggio di sgridarlo: Marcellino aveva gli stessi occhi di adesso, venticinque anni dopo, mentre risponde al sindaco di Reggio: "grazie per questo premio, spero di meritarlo".  L'insieme delle immagini passate e degli eventi attuali, la premiazione del 2018 a Cannes, stride fortemente, ma in questo momento Marcello è il mio lavoro e rimango freddo. Lui è il trofeo di Archi, quartiere allora più che mai degradato, che mai avrebbe potuto indovinare chi doveva innalzare, a suo tempo. 

E' il trofeo del Sindaco, che ce l'ha con chi si inventa gli squali a Catona ma non con chi pubblicizza la Reggio dei lordazzi sul web. 

Il tema della serata è: Marcello è l'espressione di Archi e di Reggio. Vero? Certamente di una parte che non va trascurata, certamente di quella parte che si riuniva in una stanza per studiare,  che suonava in una banda, in quella disperata festa di paese, che frequentava i boy scout, anche se poi "si sparava" coi compagni, ma ad acqua, tra le bancarelle stipate in seicento metri di salita del Carmine, frazione della frazione. 

Mentre fuori, nottetempo, c'erano treni che arrivavano a Milano e pallottole, vere, che sfrecciavano, e si viveva in bilico tra un'opportunità ed una fatalità.

E Marcello ce l'ha fatta.

Cosa è stasera, se non la vittoria di un umile, di un puro, di uno dei molti semplici?

Lo chiamavamo "Marcellino pane e vino", proprio col titolo di quel vecchio film di Ladislao Vajda vincitore a Cannes: era una profezia.

Ma non lo avremmo  mai reclutato, noi "dritti", come compare o amico: ci servivano compari e amici forti; mentre la rappresentazione della nostra debolezza, la malinconia degli occhi di Marcello era posata ovunque e ci raggiungeva anche nel sonno, nei giochi in cortile, tra le radio dai cantanti neomelodici.

Tutti "noi" buoni eravamo Marcello e non avremmo mai potuto avere altro che quell'espressione, con la quale non se ne fanno scalate, né soldi. 

Invece no. A Garrone  serviva quel personaggio, quella maschera, raccontare una vittima tra prepotenti e immaginare la sua violenta rivalsa.

Rivalsa che stasera, sarebbe quella di ribaltare giù dal palco di Reggio i poco umili.

Ma non voglio fare politica né moralismo. "Il Sindaco fa il suo mestiere, deve dirle certe cose" - commenta l'unico che mi riconosce, un ex compagno di elementari. Marcello invece non recita mai. Rappresenta se stesso, noi, chi sa riconoscere di non essere arrivato, quello che si accontenta della targa del Sindaco, come di quella di Cannes, come di tornare a suonare ad una banda, e sa di non avere diritto di ammonire il pubblico ma piuttosto di fare la sua parte in una parte. "Volevo suonare ed ho suonato" dice spesso Marcello del suo successo. È una lezione importante, a me, che sono cristiano, insegna che Gesù Cristo premia i buoni, la volontà e gli umili. Chi suda onestamente, si mette in fila ed aspetta il suo turno.

È un pessimo attore colui che recita senza sentimenti. Passo come un estraneo in mezzo alla platea che rimane (ed è un bel segnale: Archi è cambiata) a guardare il film "Asino vola". Ora ho la barba, mezza bianca, e nessuno mi conosce. Meglio così.

Marcellino, forse, si ricorda di Santina e del doposcuola; forse anche di me, dentro quel doposcuola, che facevo il tifo quando la maestrina lo interrogava. Lui dice di sì. È lui la mia Archi, ma abbiamo un solo punto in comune: siamo sempre stati stranieri qui; oppure, erano stanieri gli altri. 

Marcello è visibilmente stressato ed io, almeno io, rinuncio a rincorrerlo per l'intervista.

Lo tirano via quasi di forza, tra selfie e attimi di gloria parzialmente utile. Tutti vogliono un posto a Cannes e Marcello ora è quel treno, quei binari. Almeno per questa notte.

Cesare Minniti

 

Parlare di 'ndrangheta fa bene. Giusto, perché? 

Perché abbiamo attorno un muro, "con in cima cocci aguzzi di bottiglia". E questa cappa che ci costringe alla povertà ed all'emigrazione, nel benestare della politica locale e nazionale, non è detto debba necessariamente sfociare nella delinquenza. 

La spinta è forte, come il desiderio di rivalsa, l'ambizione negata dei giovani comprensibilmente sfocia nella rabbia e nella ribellione, nel rifiuto di identificarsi con una nazione che sin da subito ha fatto del suo Sud un serbatoio di leve operaie e militari da desertizzare a beneficio strategico. Per quanti crescono in quel deserto, e non in un'ampolla di qualche salotto bene, c'è qualche associazione di "amici" che aiuta a sopravvivere ed a morire, e poi c'è una mano che da lontano ti invita ad aderire ad un sentimento quasi impraticabile: a schierarti contro i forti che ti stanno attorno, il quartiere degradato dove lavori e fai spesa, in nome di uno Stato che ha la dimensione di una stella in una notte poco chiara. E' difficile. L'altra via, quella del dovere, della missione e del sacrificio per la propria terra e per la propria coscienza, nell'aspettativa che le cose potrebbero peggiorare, è un sentimento cristiano difficile, che tuttavia molti sanno abbracciare, e ciò dovrebbe farne i protagonisti assoluti di qualsiasi romanzo sul Sud.

Parlare di 'ndrangheta fa bene quando si usa il "noi", non il "noi buoni", il "loro cattivi", ma il noi, uomini; la nostra storia, fatta di cadute e di promesse, il nostro popolo. Solo dalla prospettiva degli Argirò, si capisce la condizione di essere "in mezzo a qualcosa di ingiusto" e quel desiderio di rivalsa e l'orgoglio per ciò che di bene cresce nell'Aspromonte, ed è l'unica leva capace di riscattarlo. Solo chi è dei nostri può vantarsene, solo chi usa il "noi" capisce la dimensione della bellezza che colse Alvaro, nel descrivere personaggi veri, problematici in una terra problematica e bella. Dagli attici newyorkesi, non ci si arriva.
 
Miserabile è chi traccia una linea per terra, per schierarsi dalla parte degli estranei, degli immacolati; di chi si sente senza peccato scagliando pietre contro San Luca, l'adultera. 
Intanto Saviano fa soldi sulla pelle dei bambini, mette scorpioni sulla pelle dei bambini. Questo paese sarà per forza vittima della entomobofia grossolanamente sponsorizzata da Saviano. Saviano riceverà l'ingiusta condanna dei delinquenti, rispetto ai quali non è che un rivale ideologizzato, e troverà la giusta condanna del popolo di San Luca, di cui l'intruso ha inquadrato le pudenda, e non il volto.
 
Non le sublimi espressioni di arte e bellezzza e natura, non la prospettiva di speranza, ma la malattia, e la fantasia perversa di trovare la forma del male, ovunque, non solo sulla pelle dei bambini, ma anche nella forma del paese, e nelle nuvole di passaggio, a forma di scorpione, come le corna di certi barbari scrittori.
 
Per questo non posso ammirare un Saviano che ha appreso il meccanismo perverso della comunicazione, e che sa distillare il male scremandolo dal bene, e questo artificio alchemico lo chiama "San Luca".
 
Parlare di 'ndrangheta è necessario. Se serve a proiettare i lettori verso la visione di un paese da riscattare, che deve rialzarsi sul proprio bene, puntare i piedi su quel lembo di roccia che ha la forma che non piace a Saviano, quella della cultura, del profumo, della speranza. Dell'ulivo e dell'uva, dell'acqua e della letteratura, della musica e della speranza.
 
Certo, parlare di 'ndrangheta. Sempre. Aborrire l'omertà, recarsi al commissariato per denunciare la 'ndrangheta. Ma, facendolo, non si deve rimanere esposti alla morte. Questo invito all'eroismo non è realistico.
 
Parlare di 'ndrangheta va bene se si separa la gramigna dal grano, e se non si brucia tutto il campo. Bruciarono i campi di San Luca i Mezzatesta del realista Alvaro, e bruciano oggi i campi di San Luca i romanzieri speculatori alla Saviano, per costruirvi sopra il proprio tornaconto. Sono colonialisti, sciacalli, delinquenti, non giornalisti, quelli che ricamano sui bambini l'etichetta, il marchio della delinquenza. Perché quel marchio non se ne andrà più. Succede, quando non si sente un popolo ed una terra come la propria.
 
Ho sempre scritto solo quello che penso, ed una collega un giorno mi ha chiesto "sei dei nostri o dei loro?". Avrei potuto rispondere "sono di una sola razza, quella umana" per ironizzare attorno a quando sia opportunistica la questione sull'etichettare i popoli e la gente. Avrei anche potuto licenziarla malamente, quella collega, o rispondere che è molto più difficile essere dalla parte della verità, che di un folto gruppo di professionisti, o 'ndranghetisti, o buonisti, o legalisti.
 
E' che ci si sente stranieri, sia in mezzo ai bulli della tua città, sia in mezzo a quelli della tua questura, sia in mezzo a bulli giornalisti che speculano sulla propria terra. E' che ci si sente, però, di amare tutta questa gente, che vive di pane e non di verità, ma è la tua gente ed in questo senso, non ti è straniera, ma sorella.
Servono entrambi i sentimenti per scrivere la verità. Senza scendere a patti con la morte, sia che adoperi la falce che la penna.
 
Bisogna salvarla, la tua terra, non abbandonarla, non crocifiggerla, informare sul male mettendo l'accento su ciò che di buono esiste, perché un conto è lavorare all'edificazione di un paese, un conto cooperare al suo smantellamento. E chi sa leggere tra le righe, anche la gente umile senza elementari, capisce bene quale sia il tono di un articolo, di un romanzo, di una serie televisiva. E se lo spirito è affossare una comunità per innalzare il proprio conto in banca, questa manovra non può e non deve destare simpatie, non in nome della giustizia e nemmeno in nome della Legge. E soprattutto, non in nome del giornalismo.
 

Cesare Minniti

Soprattutto quei "buoni" di professione, marchettari che lacrimano a gettone per le piazze  e nei talk a nome degli stranieri (spesso a prescindere degli stranieri) andrebbero premiati nella loro arte di dribblare la verità. Censiamoli come artisti. Perché arrivare a spingersi così oltre nell'assurdo, richiede, credo, un'esercizio di parzialità perenne, una rinuncia totale alla propria dignità che sfida, per impegno, l'abnegazione di un comune italiano medio col suo ineluttabile buon senso. Camminare sul filo dell'idiozia non dev'essere facile: già sentendo dire che censire qualcuno equivalga a discriminarlo, vengono le vertigini.  

Sovranamente prostituiti sono soprattutto i mezzi d'informazione, paranoici nel riproporre lo stesso reportorio e creare le stesse dicotomie cavalcate dalle orde dei social. Fanno dire pure al papa tutto e il contrario di tutto, lanciando da una trincea mediatica all'altra. Papa buono se va contro i gay, papa cattivo se è per i migranti e viceversa.

Non tutto quello che viene da sinistra è falso, ed è un sollievo ammettere che l'immigrazione sia fisiologica, che il suo motore risieda nel globalismo promosso dal capitalismo, non ci piove. Tutti i grandi partiti europei cavalcano questo trend realista: questo è il mondo e bisogna adeguarsi, mettendo la propria bontà dove soffia l'interesse. Buoni con i migranti, se servono migranti. Cattivi con la chiesa, se servono atei. La vera novità, almeno per adesso, è che partiti più utopisti, promotori del sano nazionalismo e del buon senso popolare nonché di una specie di coerenza morale, sembrano poter prendere le redini. Sarebbe una svolta inedita, se durasse. In ogni caso è giusto provare ad invertire il flusso storico, che va verso il baratro. 

Parlando di migranti, certo è che si tratta di persone e gruppi eterogenei;  il tentativo di ridurre la loro fuga a motivazioni di vita o morte è disonesto, solo una piccola parte si trova in condizioni di pericolo. Partendo da questo dato, disonesto sarebbe affermare che il nostro bene è respingere o accogliere tutti. L'Italia è un molo sconfinato nel mediterraneo e necessita di forza lavoro selezionata ed a basso costo, ma non ha infiniti posti di lavoro, né può permettersi di sfruttare lavoratori sottopagandoli. L'immigrazione "economica" è di  destra perché serve alle imprese e di sinistra perché serve ai migranti, dunque nessuno, da una parte o dall'altra, rifiuterebbe un onesto lavoratore straniero, se di questo si trattasse.  Il fatto è che bisognava arginare il flusso, esattamente come gli altri paesi, che ora ci fanno la morale, hanno da sempre fatto;  il pugno duro di Salvini può essere un antefatto fondamentale ad una futura politica di equilibrio che fino ad oggi è stata rifiutata con ogni pretesto di umanità. 

Chiudere per riordinare casa è un dovere ed una necessità. 

Vale anche per i ROM ( quella gente che per tradizione odia l'integrazione col paese che la ospita e nulla ha a che vedere con la Read Only Memory ) che conducono uno stile di vita pernicioso a sé ed agli altri, ed è inconfutabile. Solo Django Reinhardt ne venne fuori, sublimando in arte quel che di poetico potesse risiedere nell'andare a zonzo per il mondo. Per il resto qualsiasi rom, che come Django produca qualche bene, rientra nella catena di edificazione del mondo che lo circonda, esce da quel campo gravitazionale fatto d'ozio furberia e sporcizia che tanti si ostinano a difendere come riserva protetta. Quindi prevengo il lettore macchiato da iridescenze arcobaleno: il campo di concentramento è quello in cui la stessa cultura rom si stipa per privarsi della dignità del lavoro, e censire questa gente equivale a farla esistere.

Peraltro: è bene dire ciò che si vede, e ciò che si vede è che la popolazione rom fa danni, sia al suo interno (violenze "domestiche" inenarrabili, delitti il più delle volte sconosciuti) che all'esterno (continue ruberie, violenze, e chi più ne ha aggiunga). Questo male risiede non in una razza, ma in una cultura.

Per fare un esempio digeribile ai "razzistofobici", che solitamente sono di sinistra e legalisti (nel senso farisaico del termine): nella cultura calabrese c'è del marcio ed i calabresi vengono setacciati da cicli di arresti interminabili, con procedure talora "a strascico" per poi essere scarcerati dopo anni, perché estranei ai fatti. Uscendone, sono etichettati come ex-carcerati, emarginati e spesso a ragione, perché hanno abbracciato una carriera parallela e opposta a quella che la giustizia statale impone. Sono le controindicazioni della giustizia, che non va fermata, è il male necessario della lotta alle mafie. Cimici, blitz, microcamere, sono installate per scrutare le viscere del popolo e questo serve a capire chi ha l'intimo macchiato e chi no. La Calabria viene messa al setaccio tutta per il reato di pochi, e per quella cultura, purtroppo diffusa, che promuove il reato. Lo stesso trattamento, è applicato a qualsiasi aggregazione umana produca al suo interno qualche forma di associazione a delinquere.

 

GUARDANDO A REGGIO CALABRIA, PERIFERIA DELLE PERIFERIE

Nei quartieri di Ciccarello o Arghillà esistono comunità di intoccabili, un vespaio di poveracci senza legami ufficiali col loro secolo e con la terra che li ospita, che nessuno osa appurare. Questi dovrebbero continuare imperterriti a non esistere, ad offendere e ad offendersi, e per quale ragione?

Per non rievocare il nazi-fascismo, ovviamente. Perché tutto ciò che Hitler ha fatto, foss'anche andare al cesso o respirare, va evitato. Se Mussolini cammina , bisogna stare fermi; se Mussolini si ferma, bisogna cominciare a correre, per sfuggire ad un'etichetta di fascista e razzista a geometria variabile, confezionata ad hoc per incollarsi meglio al nemico di turno. 

Si chiama "reductio ad hitlerum" e pervade la politica anche in una città del Sud con problemi attuali e stringenti, reggini più o meno disperati, disposti a morire di generosità ma guidati al macello da amministratori dissoluti. 

In una città dove la disoccupazione è tra le più alte tra le città europee, dove si perdono i bandi per mancanza di progettazione, ma poi ci si lamenta dei danni delle mafie; mafie che campano in virtù di traffici esteri, trai quali quello di immigrati, che campano sui disoccupati, interni ed esterni.

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