Migranti, rom. Quella linea sottile tra ovvietà e squadrismo

Soprattutto quei "buoni" di professione, marchettari che lacrimano a gettone per le piazze  e nei talk a nome degli stranieri (spesso a prescindere degli stranieri) andrebbero premiati nella loro arte di dribblare la verità. Censiamoli come artisti. Perché arrivare a spingersi così oltre nell'assurdo, richiede, credo, un'esercizio di parzialità perenne, una rinuncia totale alla propria dignità che sfida, per impegno, l'abnegazione di un comune italiano medio col suo ineluttabile buon senso. Camminare sul filo dell'idiozia non dev'essere facile: già sentendo dire che censire qualcuno equivalga a discriminarlo, vengono le vertigini.  

Sovranamente prostituiti sono soprattutto i mezzi d'informazione, paranoici nel riproporre lo stesso reportorio e creare le stesse dicotomie cavalcate dalle orde dei social. Fanno dire pure al papa tutto e il contrario di tutto, lanciando da una trincea mediatica all'altra. Papa buono se va contro i gay, papa cattivo se è per i migranti e viceversa.

Non tutto quello che viene da sinistra è falso, ed è un sollievo ammettere che l'immigrazione sia fisiologica, che il suo motore risieda nel globalismo promosso dal capitalismo, non ci piove. Tutti i grandi partiti europei cavalcano questo trend realista: questo è il mondo e bisogna adeguarsi, mettendo la propria bontà dove soffia l'interesse. Buoni con i migranti, se servono migranti. Cattivi con la chiesa, se servono atei. La vera novità, almeno per adesso, è che partiti più utopisti, promotori del sano nazionalismo e del buon senso popolare nonché di una specie di coerenza morale, sembrano poter prendere le redini. Sarebbe una svolta inedita, se durasse. In ogni caso è giusto provare ad invertire il flusso storico, che va verso il baratro. 

Parlando di migranti, certo è che si tratta di persone e gruppi eterogenei;  il tentativo di ridurre la loro fuga a motivazioni di vita o morte è disonesto, solo una piccola parte si trova in condizioni di pericolo. Partendo da questo dato, disonesto sarebbe affermare che il nostro bene è respingere o accogliere tutti. L'Italia è un molo sconfinato nel mediterraneo e necessita di forza lavoro selezionata ed a basso costo, ma non ha infiniti posti di lavoro, né può permettersi di sfruttare lavoratori sottopagandoli. L'immigrazione "economica" è di  destra perché serve alle imprese e di sinistra perché serve ai migranti, dunque nessuno, da una parte o dall'altra, rifiuterebbe un onesto lavoratore straniero, se di questo si trattasse.  Il fatto è che bisognava arginare il flusso, esattamente come gli altri paesi, che ora ci fanno la morale, hanno da sempre fatto;  il pugno duro di Salvini può essere un antefatto fondamentale ad una futura politica di equilibrio che fino ad oggi è stata rifiutata con ogni pretesto di umanità. 

Chiudere per riordinare casa è un dovere ed una necessità. 

Vale anche per i ROM ( quella gente che per tradizione odia l'integrazione col paese che la ospita e nulla ha a che vedere con la Read Only Memory ) che conducono uno stile di vita pernicioso a sé ed agli altri, ed è inconfutabile. Solo Django Reinhardt ne venne fuori, sublimando in arte quel che di poetico potesse risiedere nell'andare a zonzo per il mondo. Per il resto qualsiasi rom, che come Django produca qualche bene, rientra nella catena di edificazione del mondo che lo circonda, esce da quel campo gravitazionale fatto d'ozio furberia e sporcizia che tanti si ostinano a difendere come riserva protetta. Quindi prevengo il lettore macchiato da iridescenze arcobaleno: il campo di concentramento è quello in cui la stessa cultura rom si stipa per privarsi della dignità del lavoro, e censire questa gente equivale a farla esistere.

Peraltro: è bene dire ciò che si vede, e ciò che si vede è che la popolazione rom fa danni, sia al suo interno (violenze "domestiche" inenarrabili, delitti il più delle volte sconosciuti) che all'esterno (continue ruberie, violenze, e chi più ne ha aggiunga). Questo male risiede non in una razza, ma in una cultura.

Per fare un esempio digeribile ai "razzistofobici", che solitamente sono di sinistra e legalisti (nel senso farisaico del termine): nella cultura calabrese c'è del marcio ed i calabresi vengono setacciati da cicli di arresti interminabili, con procedure talora "a strascico" per poi essere scarcerati dopo anni, perché estranei ai fatti. Uscendone, sono etichettati come ex-carcerati, emarginati e spesso a ragione, perché hanno abbracciato una carriera parallela e opposta a quella che la giustizia statale impone. Sono le controindicazioni della giustizia, che non va fermata, è il male necessario della lotta alle mafie. Cimici, blitz, microcamere, sono installate per scrutare le viscere del popolo e questo serve a capire chi ha l'intimo macchiato e chi no. La Calabria viene messa al setaccio tutta per il reato di pochi, e per quella cultura, purtroppo diffusa, che promuove il reato. Lo stesso trattamento, è applicato a qualsiasi aggregazione umana produca al suo interno qualche forma di associazione a delinquere.

 

GUARDANDO A REGGIO CALABRIA, PERIFERIA DELLE PERIFERIE

Nei quartieri di Ciccarello o Arghillà esistono comunità di intoccabili, un vespaio di poveracci senza legami ufficiali col loro secolo e con la terra che li ospita, che nessuno osa appurare. Questi dovrebbero continuare imperterriti a non esistere, ad offendere e ad offendersi, e per quale ragione?

Per non rievocare il nazi-fascismo, ovviamente. Perché tutto ciò che Hitler ha fatto, foss'anche andare al cesso o respirare, va evitato. Se Mussolini cammina , bisogna stare fermi; se Mussolini si ferma, bisogna cominciare a correre, per sfuggire ad un'etichetta di fascista e razzista a geometria variabile, confezionata ad hoc per incollarsi meglio al nemico di turno. 

Si chiama "reductio ad hitlerum" e pervade la politica anche in una città del Sud con problemi attuali e stringenti, reggini più o meno disperati, disposti a morire di generosità ma guidati al macello da amministratori dissoluti. 

In una città dove la disoccupazione è tra le più alte tra le città europee, dove si perdono i bandi per mancanza di progettazione, ma poi ci si lamenta dei danni delle mafie; mafie che campano in virtù di traffici esteri, trai quali quello di immigrati, che campano sui disoccupati, interni ed esterni.

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