RUBRICA "IL PESCALUME" - Il linguaggio che tradisce

Giovedì, 12 Aprile 2018 16:08 Published in Il Pescalume Read 537 times
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IL PESCALUME 

Una rubrica col tentativo di dare un piccolo contributo di miglioramento alla nostra routine quotidiana ed auspicando che non manchi, in me e nel lettore, quel minimo di ironia e di nonchalance che devono accompagnare sempre la nostra giornata.
Il lettore, ove voglia giocare insieme a me, mi voglia arricchire, attraverso la Redazione, del suo commento e dei suoi stimoli e suggerimenti. 

 

 IL LINGUAGGIO CHE TRADISCE

 

Nel linguaggio corrente è ormai diffuso l’uso di alcuni termini palesemente abusati ed impropri.

Prendiamo ad esempio l’aggettivo “famoso”: sotto il profilo strettamente lessicale, dobbiamo rilevare che, questo aggettivo viene frequentemente attribuito a persone, fatti o cose che proprio famosi non sono. Diciamo famoso di qualunque cantante o attore o calciatore o serial killer; personaggi che, semmai, sono noti o conosciuti o popolari… sia in senso apprezzabile che deprecabile.

Secondo il vocabolario italiano, famoso vuol dire: che ha grande “fama”, “celebre”, “illustre”. Leopardi ha usato questo aggettivo quando si è riferito a Manzoni; D’Annunzio, quando si è riferito a Erasmo.

La fama, positiva o negativa, è qualcosa in più e di diverso rispetto alla popolarità ed alla notorietà; quantomeno, questo aggettivo deve riguardare qualcosa di duraturo nei secoli ed abbia carattere di universalità. Famosi sono certamente Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Napoleone ma non, certamente, i partecipanti ad un reality.

Questa “improprietà”, purtroppo, è ormai diffusa anche nella televisione commerciale e nella pubblicità ma non sembra mancare nemmeno nel linguaggio di giornalisti e persone di cultura.

Attenzione, però: non è solo mera “improprietà” ma c’è anche tanto interesse ad enfatizzare per fini subdoli.

Ciò sta a dire che, la speculazione e il tornaconto, malesseri della nostra società, si sono volutamente appropriati anche del linguaggio e lo adoperano per tradire chi ascolta.

* * *

Quando, invece, è l’inconscio che prevale sull’intento più superficiale, il linguaggio tradisce anche chi parla.

E’ il caso dei “politici” di oggi che non mancano di essere furbi e arguti … ma dimostrano di non esserlo molto, quando si scalmanano, dopo ogni evento elettorale, a declamare in termini di “abbiamo vinto” o “avete perso” o quando svicolano, poco democraticamente e molto imbarazzati, di fronte ai microfoni dei giornalisti ed alle loro legittime curiosità.

In questi casi è proprio l’inconscio che tradisce e mette a nudo il modo atipico di considerare come una “battaglia” ciò che dovrebbe essere il momento più elevato della democrazia: l’espressione del voto da parte dei cittadini. Cosicché i voti, anziché delega a portare avanti le istanze della gente e suggerimento a come preparare il futuro della comunità, vengono trasformati in “cartucce da sparare” per farsi fuori l’uno contro l’altro.

Si vuole dire che, esprimendosi in termini di vittoria o di sconfitta, si diffondono odi e risentimenti ma anche si lascia prevalere l’inconscio; talché, passate le elezioni, passano in secondo ordine sia la volontà espressa dai cittadini che il mandato elettorale ricevuto e viene alla superficie che la tornata elettorale è stata considerata una mera contesa personale, tra vincitori e   vinti, per l’acquisizione del potere.

Di conseguenza, sarà fatale che il mandato elettorale venga esercitato con queste logiche e con questi fini. Sarà fatale che, anziché cercare un punto di incontro tra le pur contrastanti risultanze elettorali, si producano bracci di ferro e contrapposizioni fondati su personalismi e interessi di lobby che nulla hanno a che vedere con i “compromessi” (o, forse meglio, “accordi”) voluti dalla democrazia.

Altro tipo di espressioni che non fanno onore alla politica sono quelle del tipo “avete voluto il bicameralismo, ora ve lo tenete”; esse tradiscono un inconscio desiderio di rivalsa verso chi gli ha votato contro e che egli evidentemente considera il suo “nemico”.

Sarebbe, invece, più bello e più democratico ascoltare altro tipo di espressioni quali “i cittadini hanno prescelto il nostro operato o il nostro programma” oppure “hanno dato indicazioni che ci obbligano a rinunciare a parte del nostro programma ed a trovare un punto di incontro con altre parti politiche”.

Sarebbero espressioni più confacenti ad una politica democratica rispetto a quelle di: “ho vinto” o “hai perso”.

Ma, come si diceva, l’inconscio mette a nudo le “vere” intenzioni e tradisce chi parla.

Da parte nostra … ci auguriamo di sbagliare ma continuiamo ad auspicare che, almeno il linguaggio, ritorni ad essere più corretto e più aderente alle esigenze ed alle aspettative degli elettori e dei lettori o ascoltatori quantomeno per riguardo al fatto che non sono più interlocutori.

 

Last modified on Giovedì, 12 Aprile 2018 16:11

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