PIUME DI VERITAS - La Calabria che vuole cambiare con le ali tarpate da pregiudizio e sospetto

Giovedì, 10 Maggio 2018 10:43 Published in Piume di Veritas Read 422 times
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«Mentre il corpo bruciava, spaccavamo le ossa con una pala. Le era entrata nella carne e lei aveva molti colpi in faccia, una parte della faccia era schiacciata». Così Carmine Venturino, ex fidanzato della figlia, raccontò fornendo i dettagli dell’uccisione di Lea Garofalo, avvenuta nel novembre 2009. Una donna forte ma delicata che sognava per la figlia Denise una vita diversa da quella che le aveva riservato stare accanto a Carlo Cosco, il suo carnefice. Lea era sorella del boss di Petilia Policastro che assieme a Cosco gestiva alcune piazze di spaccio nel milanese. Quando il fratello venne ucciso in un agguato, Lea dichiarò al Pubblico ministero: «L'ha ucciso Giuseppe Cosco (detto Totonno U lupu), mio cognato, nel cortile nostro». Diventò testimone di giustizia, una decisione e una svolta che per chi è nato e cresciuto in alcuni ambienti, dove tutto gravita attorno all’onore della “famigghia”, significa dare una sforbiciata netta alle proprie radici e come in questo caso, firmare la propria condanna a morte. Ricordo una lezione all'Università Mediterranea tenuta dal dott. Nicola Gratteri, attuale procuratore di Catanzaro, quando disse che molte donne delle famiglie di ‘ndrangheta sono le custodi della memoria, dei ricordi e, nella maggior parte dei casi, tengono vivo il fuoco del rancore che anima le faide, pur sapendo che il destino dei loro figli potrebbe essere quello di morire stramazzati al suolo a colpi di pistola o riempiendo le celle delle carceri. Non è questo il caso di Lea e neppure quello di Giuseppina Pesce di Rosarno: quest’ultima, stanca, per amore dei suoi bimbi ancora in tenera età ha “vomitato” ai magistrati tutte le schifezze di cui era stata testimone: per i suoi figli ha visto lontano, una vita diversa da quella che per tanti rampolli viene passata a fuggire, nascondersi, difendersi, sparare e morire come topi. Giuseppina è ancora viva.

Lea, nel 2009, dopo una passeggiata con la figlia Denise, venne rapita. Torturata ed uccisa, il suo corpo fu bruciato per tre giorni in un campo di San Fruttuoso, a Monza, perché fosse cancellata ogni traccia della sua esistenza, della sua ribellione, della sua “infamità”. Carlo Cosco e i suoi complici sono stati condannati all’ergastolo. Di lei ci rimangono 2000 frammenti ossei, una collanina e l’esempio di donna e madre, l’eco di un “no” fragoroso a certe dinamiche che ancora oggi, nell’Anno Domini 2018, atrofizzano qualunque sogno. La storia di Lea è oggi ritornata a fare rumore perché la sorella, Marisa Garofalo, si è vista rigettare la richiesta di risarcimento di 50mila euro dal Fondo vittime della mafia: non sarebbe del tutto “estranea agli ambienti delinquenziali” secondo la Prefettura di Crotone, sebbene per i tribunali la somma le spetterebbe. Chissà quale sarebbe stata la reazione di Lea davanti a questo diniego e a queste parole, davanti  a tutti quei casi in cui, chi è nato nelle sabbie mobili degli “ambienti delinquenziali” e annaspa per uscirne , si è ritrovato a combattere nemici silenti: il pregiudizio e il sospetto.

Last modified on Lunedì, 21 Maggio 2018 17:13

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