Sabato, 14 Luglio 2018 17:59

Marcello Fonte, quei treni da Archi a Cannes

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Una serata particolare, da farci un pezzo di cronaca ordinaria, ma arrivo tardi per l'intervista. C'è il grande Marcello Fonte ed il leitmotiv è sintetizzabile in "Archi-Cannes, Reggio's got the talent".

Chissà se ai tempi andati, quando c'erano i capostazione anche ad Archi, c'erano binari lunghi fino a Cannes. 

C'erano treni persino verso Milano. Era strano che lo stesso treno avesse uguale rispetto per una città ricca ed un piccolo quartiere. Era l'uguaglianza e l'opportunità: il treno poteva salvarti dal rimanere incastrato nel buio di quattro palazzine popolari a vita. 

Non era un treno, ma la quarta dimensione dove questo micromondo, e l'infinitamente distante, Milano, giacevano sullo stesso piano, separati da sedici ore. Una porta dimensionale. Chiudevi gli occhi e ti svegliavi al freddo della Grande Stazione.

Che c'entrano i treni?

È che all'epoca mio padre era pendolare e sia io che "Marcellino" (Marcello Fonte), passavamo i pomeriggi al doposcuola. Una stanza minuta con una bellissima maestra, Santina, che ci faceva lezioni diverse. Non aveva il coraggio di sgridarlo: Marcellino aveva gli stessi occhi di adesso, venticinque anni dopo, mentre risponde al sindaco di Reggio: "grazie per questo premio, spero di meritarlo".  L'insieme delle immagini passate e degli eventi attuali, la premiazione del 2018 a Cannes, stride fortemente, ma in questo momento Marcello è il mio lavoro e rimango freddo. Lui è il trofeo di Archi, quartiere allora più che mai degradato, che mai avrebbe potuto indovinare chi doveva innalzare, a suo tempo. 

E' il trofeo del Sindaco, che ce l'ha con chi si inventa gli squali a Catona ma non con chi pubblicizza la Reggio dei lordazzi sul web. 

Il tema della serata è: Marcello è l'espressione di Archi e di Reggio. Vero? Certamente di una parte che non va trascurata, certamente di quella parte che si riuniva in una stanza per studiare,  che suonava in una banda, in quella disperata festa di paese, che frequentava i boy scout, anche se poi "si sparava" coi compagni, ma ad acqua, tra le bancarelle stipate in seicento metri di salita del Carmine, frazione della frazione. 

Mentre fuori, nottetempo, c'erano treni che arrivavano a Milano e pallottole, vere, che sfrecciavano, e si viveva in bilico tra un'opportunità ed una fatalità.

E Marcello ce l'ha fatta.

Cosa è stasera, se non la vittoria di un umile, di un puro, di uno dei molti semplici?

Lo chiamavamo "Marcellino pane e vino", proprio col titolo di quel vecchio film di Ladislao Vajda vincitore a Cannes: era una profezia.

Ma non lo avremmo  mai reclutato, noi "dritti", come compare o amico: ci servivano compari e amici forti; mentre la rappresentazione della nostra debolezza, la malinconia degli occhi di Marcello era posata ovunque e ci raggiungeva anche nel sonno, nei giochi in cortile, tra le radio dai cantanti neomelodici.

Tutti "noi" buoni eravamo Marcello e non avremmo mai potuto avere altro che quell'espressione, con la quale non se ne fanno scalate, né soldi. 

Invece no. A Garrone  serviva quel personaggio, quella maschera, raccontare una vittima tra prepotenti e immaginare la sua violenta rivalsa.

Rivalsa che stasera, sarebbe quella di ribaltare giù dal palco di Reggio i poco umili.

Ma non voglio fare politica né moralismo. "Il Sindaco fa il suo mestiere, deve dirle certe cose" - commenta l'unico che mi riconosce, un ex compagno di elementari. Marcello invece non recita mai. Rappresenta se stesso, noi, chi sa riconoscere di non essere arrivato, quello che si accontenta della targa del Sindaco, come di quella di Cannes, come di tornare a suonare ad una banda, e sa di non avere diritto di ammonire il pubblico ma piuttosto di fare la sua parte in una parte. "Volevo suonare ed ho suonato" dice spesso Marcello del suo successo. È una lezione importante, a me, che sono cristiano, insegna che Gesù Cristo premia i buoni, la volontà e gli umili. Chi suda onestamente, si mette in fila ed aspetta il suo turno.

È un pessimo attore colui che recita senza sentimenti. Passo come un estraneo in mezzo alla platea che rimane (ed è un bel segnale: Archi è cambiata) a guardare il film "Asino vola". Ora ho la barba, mezza bianca, e nessuno mi conosce. Meglio così.

Marcellino, forse, si ricorda di Santina e del doposcuola; forse anche di me, dentro quel doposcuola, che facevo il tifo quando la maestrina lo interrogava. Lui dice di sì. È lui la mia Archi, ma abbiamo un solo punto in comune: siamo sempre stati stranieri qui; oppure, erano stanieri gli altri. 

Marcello è visibilmente stressato ed io, almeno io, rinuncio a rincorrerlo per l'intervista.

Lo tirano via quasi di forza, tra selfie e attimi di gloria parzialmente utile. Tutti vogliono un posto a Cannes e Marcello ora è quel treno, quei binari. Almeno per questa notte.

Cesare Minniti

 

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