martedì, Dicembre 10, 2019
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POLITICA – Conte si trasforma ma la destinazione è la stessa, Stati Uniti d’Europa

Di Domenico Catalano 

La breve storia della Repubblica Italiana è segnata da una ciclicità stagnante: i numerosi cambi di governo evidenziano, a prescindere dalla corruzione e da simili fattori, la debolezza di una democrazia di cui si è reso vanto senza che abbia mai dimostrato nulla di eccezionale.

Sebbene sia lecito accogliere lo sfogo dei cittadini che si sentono presi in giro, bisogna evidenziare come la suddetta ciclicità sia perfettamente lecita, poiché permessa dalla Costituzione.  La partita sinora è stata giocata senza violazioni delle regole.

Fatta questa premessa, l’ennesimo cambio di casacca da parte dell’esecutivo non suscita alcuno sgomento. Il compromesso, elemento portante di questa democrazia rappresentativa, si dilata a tal punto da permettere questi scempi etici. Nessuno, tuttavia, si scomponga; troveremo una banale continuità con la precedente esperienza giallo-verde ( che orrore questi riferimenti cromatico-calcistici! ), la quale, al di là dei sonori proclami, procedeva verso un’obbedienza inflessibile nei confronti dell’ente sovranazionale. Basti leggere i testi dei decreti di salviniana natura, per constatare la totale adesione alle indicazioni di Bruxelles.

Indubbia è l’influenza politica degli esponenti dell’Unione Europea, a partire dal famigerato Oettinger, colui che tristemente dichiarò: “I mercati insegneranno agli italiani come votare”. Quando lessi questa scellerata ingenuità, mi immaginai di fronte al mio pescivendolo di fiducia, pronto a chiedere lumi su immigrazione, macroeconomia e amenità varie. Egli si è espresso – nuovamente – con la solita imprudenza: “L’Italia verrà ricompensata”. Un linguaggio ambiguo che scivola nel limbo del sospetto.

Il trasformismo del melenso Giuseppe Conte è codificato come segno di apertura e di tatto. Da inconsistente burattino, da ligneo pupazzo, è diventato un gentiluomo caparbio e risoluto, un uomo vero.

Da avvocato degli italiani, custode dell’esperienza sovranista ( altro titolo da abolire) ad avvocato della causa liberal-progressista.

Un miracolo!? Sorge immediato il paragone con le figure politiche della prima repubblica, i cui talenti amministrativi  vengono rivalutati in quanto ritenuti più professionali e meno mercantili rispetto ai nuovi esponenti.

Un po’ di revisionismo non guasterebbe: l’attuale premier dimostra, infatti, in virtù della continuità dapprima citata, una presenza fondata sull’apparenza, sull’etichetta professionale tanto disprezzata dai populisti che sosteneva di rappresentare. Il linguaggio è forbito, rassicurante, al contempo altezzoso, per rendersi presentabile ai mercati. L’inclinazione ideologica, adesso, è rivolta agli interessi della corrente dominante, che padroneggia i media e gli ambienti accademici.

Continua, dunque, indisturbato il progetto europeista, attraverso una cessione di sovranità (politica ed economica) costante, che permette ulteriori passi verso la probabile instaurazione degli Stati Uniti d’Europa.

La diatriba a cui abbiamo assistito in Italia non è altro che un’azzuffata di poco conto tra differenti forze politiche, comunque organiche al sistema, bramose di un ruolo da protagonisti verso lidi più elevati.

Di Domenico Catalano 

La breve storia della Repubblica Italiana è segnata da una ciclicità stagnante: i numerosi cambi di governo evidenziano, a prescindere dalla corruzione e da simili fattori, la debolezza di una democrazia di cui si è reso vanto senza che abbia mai dimostrato nulla di eccezionale.

Sebbene sia lecito accogliere lo sfogo dei cittadini che si sentono presi in giro, bisogna evidenziare come la suddetta ciclicità sia perfettamente lecita, poiché permessa dalla Costituzione.  La partita sinora è stata giocata senza violazioni delle regole.

Fatta questa premessa, l’ennesimo cambio di casacca da parte dell’esecutivo non suscita alcuno sgomento. Il compromesso, elemento portante di questa democrazia rappresentativa, si dilata a tal punto da permettere questi scempi etici. Nessuno, tuttavia, si scomponga; troveremo una banale continuità con la precedente esperienza giallo-verde ( che orrore questi riferimenti cromatico-calcistici! ), la quale, al di là dei sonori proclami, procedeva verso un’obbedienza inflessibile nei confronti dell’ente sovranazionale. Basti leggere i testi dei decreti di salviniana natura, per constatare la totale adesione alle indicazioni di Bruxelles.

Indubbia è l’influenza politica degli esponenti dell’Unione Europea, a partire dal famigerato Oettinger, colui che tristemente dichiarò: “I mercati insegneranno agli italiani come votare”. Quando lessi questa scellerata ingenuità, mi immaginai di fronte al mio pescivendolo di fiducia, pronto a chiedere lumi su immigrazione, macroeconomia e amenità varie. Egli si è espresso – nuovamente – con la solita imprudenza: “L’Italia verrà ricompensata”. Un linguaggio ambiguo che scivola nel limbo del sospetto.

Il trasformismo del melenso Giuseppe Conte è codificato come segno di apertura e di tatto. Da inconsistente burattino, da ligneo pupazzo, è diventato un gentiluomo caparbio e risoluto, un uomo vero.

Da avvocato degli italiani, custode dell’esperienza sovranista ( altro titolo da abolire) ad avvocato della causa liberal-progressista.

Un miracolo!? Sorge immediato il paragone con le figure politiche della prima repubblica, i cui talenti amministrativi  vengono rivalutati in quanto ritenuti più professionali e meno mercantili rispetto ai nuovi esponenti.

Un po’ di revisionismo non guasterebbe: l’attuale premier dimostra, infatti, in virtù della continuità dapprima citata, una presenza fondata sull’apparenza, sull’etichetta professionale tanto disprezzata dai populisti che sosteneva di rappresentare. Il linguaggio è forbito, rassicurante, al contempo altezzoso, per rendersi presentabile ai mercati. L’inclinazione ideologica, adesso, è rivolta agli interessi della corrente dominante, che padroneggia i media e gli ambienti accademici.

Continua, dunque, indisturbato il progetto europeista, attraverso una cessione di sovranità (politica ed economica) costante, che permette ulteriori passi verso la probabile instaurazione degli Stati Uniti d’Europa.

La diatriba a cui abbiamo assistito in Italia non è altro che un’azzuffata di poco conto tra differenti forze politiche, comunque organiche al sistema, bramose di un ruolo da protagonisti verso lidi più elevati.