venerdì, Novembre 22, 2019
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“Tenendo per mano il sole.” Al MAXXI, retrospettiva della grande Maria Lai

A cento anni dalla nascita di Maria Lai, il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo – dedica alla grande artista sarda, scomparsa nel 2013, una bellissima ed imperdibile retrospettiva. 

Il titolo: “Tenendo per mano il sole”, è ripreso da quello della omonima prima fiaba cucita che l’artista realizzava nel 1984. Il suo mondo spaziava infatti dalla poesia al linguaggio in toto, attraversando e percorrendo ogni canale comunicativo possibile. Ciò che forse più di tutto contava, per Maria Lai, erano gli aspetti relazionali dell’arte, la sua funzione pedagogica e di creare intrecci e fecondi legami. 

Le opere esposte – la mostra è incentrata sul così detto secondo periodo di produzione, e presenta un allestimento perfetto da ogni punto di vista – permettono di ripercorrere oltre 40 anni di attività dell’artista oltre che la sua stessa personalità. Il tutto raccontato non attraverso un lineare filo ed ordine cronologico – giammai la vita lo riserva – ma per capitoli sempre aperti ed intrecciati: manifesti programmatici che esprimono con la forza della sintesi perfetta, modalità di ricerca artistica quanto esistenziale e sociale.

Come sempre, è il compiuto passaggio dalla soggettività dell’esperienza, dall’intimità profonda dell’atto creativo – reso attraverso il più disparato medium comunicativo – all’universalità del sentire e del messaggio, che connatura l’essere artista. Maria Lai, è riuscita, in questo, come pochi altri autori. 

“Essere e tessere. Cucire e ricucire” è una selezione di Telai in cui Maria Lai, verso la metà degli anni sessanta, non solo sviluppa il suo interesse per i materiali poveri, spesso recuperati o legati alla tradizione sarda, ma presenta il “filo” come elemento concettuale e reale “essenziale”. Esso congiunge e collega, ponte tra mondo interiore e realtà esterna, è teso e diretto tra umanità e natura; intimo e radicato sé e patrimoni universali e condivisi di riti, gesti, bisogni, ambizioni; visibile legame – fragile e solido, materiale e ideale al contempo – tra infinite finitezze. 

L’artista è esso stesso telaio che – nel passaggio alle “tele cucite” ed ai “libri cuciti” degli anni ottanta e novanta – gioca, perché “l’arte è il gioco degli adulti”, a ricreare e rileggere vita e realtà. I materiali usati sono extra pittorici ma la lettura è la medesima della pittura. Fili, stoffe, schegge di materiali vari e tela e carta, si fanno forma, concetto, emozione, persino direttamente parola scritta. La tavolozza cromatica è la più ampia ed espressiva; la sovrapposizione, la stratificazione, spessore architettonico del vissuto; percorso temporale ed emozionale che vive, in fondo, di una sola regola di base: per crescere davvero, occorre saper restare bambini, con la loro peculiare capacità di stupore e facilità di comunicazione. Non è forse vero che: <<i bambini “sembrano” artisti e gli artisti “sembrano” bambini >>?

La difficoltà di essere artista, la sua operosità e la diffidenza della società, è il tema della fiaba del 1991 dal titolo: ”Curiosape”. Il potere, da sempre, rimprovera agli artisti (ma solo a quelli veri, non quelli che per un facile superamento delle insicurezze contingenti ed esistenziali – che al contrario rappresentano il motore della fucina creativa – si asservono a quel potere in cambio di uno sterile ed apparente successo) la diversità rispetto agli schemi ed ai compiti sociali. 

Inchiostri diventano fili nell’opera di Maria Lai, fili che tessono segni muti ed universali. Verbi espressi sempre all’infinito, perché esso è l’unico limite accettabile; muti perché il silenzio e la solitudine rappresentano il viatico indispensabile per accedervi, ogni volta, col medesimo stupore. Scrittura senza parole e perciò universale, il cui significato reale non può mai essere importante quanto il ritmo stesso della composizione: esso, come la musica, non teme errori comunicativi e giunge diritto al suo bersaglio: l’anima di persone, mondi, cose.

Agli inizi degli anni novanta, la ricerca della Lai la porta ad esplorare nuove geografie. Il tema del “viaggiatore astrale”, l’immaginare l’altrove, conduce l’artista a tessere legami con mondi sempre più ampi e distanti. Occorre scrutare l’inscrutabile, spingere l’immaginazione oltre i concetti stessi di spazio e di tempo. Nascono così opere dagli sfondi estremi, assoluti: i colori chiari e gli scuri non si fondono ancora – il cammino astrale non si è ancora compito – ma vette ed abissi si sfiorano a volte e sempre sono percorsi ed intessuti da tragitti di viaggi e mappe che l’immaginazione segna e percorre. Il tracciato dei fili disegna future, nuove cosmogonie: universi infiniti come solo la capacità creativa dell’artista sa essere. Unica costante certezza è il legame: è solo l’interazione che crea l’esistente, sembra dirci l’artista. Conoscere è creare legami, e questi sono vivificanti per entrambi i soggetti ed universi. 

L’arte nell’opera di Maria Lai, l’arte di Maria Lai, prende per mano, ed attraverso la relazione, grazie al legame, si compie. Prima ancora del suo progetto di arte collettiva e partecipata – “Legarsi alla Montagna” del 1981 nella sua Ulassai, con un intervento che coinvolge l’intero territorio e la popolazione – è la relazione, la comunicazione, la rielaborazione e la partecipazione, l’essenza del percorso di questa grande donna e grande artista che, partendo da elementi di realtà arcaici, lontani, remoti – partendo da un paesino dell’Ogliastra – ha saputo con la sua stessa esistenza, tessere una rete e diffondere un verbo, quello dell’arte, che l’ha resa l’emblema di interi mondi e generazioni. 

A questa splendida mostra romana, visitabile fino al prossimo 12 gennaio, il ruolo di regalare a chi ancora non lo conoscesse, una finestra ed una mano tesa verso il micro-macro cosmo dell’arte e della vita di Maria Lai. 

Antonino Labate