CORTO SUL CORTO

 
Come sempre appena sveglio, metto i calzoni di fustagno e claudicante (per via del letto in paglia, vuoi pure per il pavimento in pietre di torrente incastonate nell’argilla) cerco quei dannati sandali che attraverso il verismo siciliano mi sono finiti da qualche parte nella stanza. Tutto è spaesante, ma non mi credevo che mi combinavo a queste condizioni. Penso tutto sgrammaticato: ergo sum, in Calabria.
Ma qualcosa non va. Mi affaccio alla finestra (una cornice dieci centimetri per dieci, in legno grezzo) e non c’è più spazzatura. Solo mandarini. Ovunque.
 
Mi siedo al tavolo di un bar esageratamente rustico, chiedo l’espresso, e mi fanno una limonata. Metto in moto l’asina ma un contadino con la lupara sbaglia mira e mi colpisce lo zoccolo, doppio testacoda sull’asfalto e finisco fuori strada. In un agrumeto.
 
Prendo a calci le clementine: non me ne va bene una, ed è tutto perché a distanza di due giorni sono ancora dentro quel corto di Muccino. 
Lotto per divincolarmi, le  palpebre iniziano a rispondermi, salto dal letto sudato. Sono finalmente sveglio? Corro alla porta e scavalco i rifiuti. Giro la chiave e l’agonia dei braccetti dell’auto mi rassicura: sono le mie solite mulattiere.
 
“Antica rosticceria” “Antico bet-shop” “Antico hi-tech”: le insegne certificano lo spirito della mia terra, che dell’antico ingegno eredita pressapoco l’aggettivo.
 
Entro in un bar (antico) ed osservo i nuvoloni sopra la città salire in un rumore cupo. Ascolto meglio.  E’ una fitta trama di bestemmie e malanove.  Tutti si lamentano sempre e comunque di qualcosa a random: sono certamente a Reggio, anno 2020, ma la modernità non è che un fastidioso dettaglio. Non polemizzo a fatica il tempo di sorseggiare il caffè.
 
Poi ricomincio: “No no anzi, a me è piaciuto sai? Perfetto, quasi, perfetto. Solamente le scene con la coppia, per me stride col posto. Prima cosa ridono e poi non mandano malanove. Sei minuti consecutivi. Ti pare possibile?”.
 
Cesare Minniti