PALERMO – Gli occhi di Norman: quel j’accuse che non lascia scampo. Presidente Conte, accetti la sfida anche nel nome degli altri ‘caduti’ a causa della mafia universitaria

Signor Presidente del Consiglio,

vede quegli occhi di bambino nella foto? Li vede? Vispi, gioiosi, espressivi. Quelli sono gli occhi di mio figlio Norman, morto a ventisette anni a causa di una malformazione congenita. No, sono certo che Lei abbia capito male. La ‘malformazione congenita’ che ha causato la morte di mio figlio non apparteneva a lui geneticamente, è dello Stato, si chiama “mafia universitaria”. E parlo di ‘malformazione congenita’ perché lo Stato, questo cazzo di Stato nel quale mi ostino a credere, non ha mai voluto estirpare la gramigna delle baronie universitarie, da ciò discende la mia convinzione che si tratti di qualcosa di congenito. Di incurabile. Mi dovrà perdonare due cose preliminarmente: il mio linguaggio aspro e a tratti volgare (ma la volgarità non è nelle parole, risiede nei pensieri volgari) e il mio riferirmi a Lei come persona informata dei fatti, con evidente allusione all’associazione mafiosa che infesta i nostri atenei. Vede, Presidente, io da dieci anni non posso più guardare quegli occhi teneri; non posso guardarli socchiusi nel sonno come facevo prima; “quegli occhi” non hanno avuto il tempo di conoscere i propri nipoti, né tantomeno con essi giocare. E io non ho visto a mia volta niente di tutto ciò, avvelenandomi quotidianamente coi tormenti madidi di sangue di una giustizia negata ripetutamente. L’atto d’accusa di Norman non lascia scampo, Presidente Conte, quindi o accetta la “sfida” o varrà anche per Lei quanto cantava De André nella “Canzone del Maggio”: “[…] per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”.

Sono Claudio Zarcone, padre di Norman, “suicidato” da quel sistema mafioso che oggi viene semplicisticamente chiamato delle “baronie universitarie”, nel pomeriggio per me  brumoso del 13 settembre 2010. Sono Claudio Zarcone, giornalista professionista, custode di una tragedia e di un dolore che Lei non potrà nemmeno lontanamente comprendere. Una tragedia che come una valanga ha poi prodotto anche la fine della mia famiglia. Professor Conte, prova almeno un moto di vergogna per aver contribuito (non so quanto a generare) al proliferare di questo sistema mafioso? Come, mi dice che Lei non c’entra niente? Suvvia, professore, sa benissimo che il silenzio, l’omissione, il voltarsi dall’altra parte, sono una falsificazione omissiva, quindi una menzogna. Non rispondere alle mie lettere, non riformare l’università secondo i dettati dell’associazione mafiosa nei casi di “nonnismo” accademico, non condannare pubblicamente il fenomeno, be’, sono forti indizi di complicità per compiacenza o paura di metter mani in un terreno che trasuda complicità.

Ho scritto agli “autorevoli”, agli intellettuali, ma ho trovato vergognosi muri di silenzio. Quanti fastidiosi buffetti sulle guance ho ricevuto, quando il silenzio istituzionale ha raramente parlato.

Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Lei medesimo, Presidente: silenzio tombale. Ministri, presidenti e commissari europei, governatori: silenzio che perfora i timpani. Avevo scritto inoltre, alla ex ministro Cancellieri  in cerca di una mano in direzione della verità giudiziaria sulla vicenda di mio figlio e purtroppo anch’ella ha preferito il silenzio complice, ma non intendo avanzare sospetti sul fatto che il sottoscritto non si chiami Ligresti.

Provi a verificare al centro messaggi e alla pec del governo, per riscontrare quanto e a chi abbia scritto, Lei compreso: centromessaggi@governo.it,  centromessaggi.pcm@pec.governo.it,presidente@pec.governo.it,
ufficio_stampa@governo.it
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Presidente,

troppi pezzi delle Istituzioni hanno giocato con il gesto e il nome di Norman; troppi pezzi dello Stato si coprono a vicenda in virtù del sistema delle cortesie incrociate e della reciproca protezione. Non ho avuto giustizia ed io sono rimasto solo a lottare non so più contro chi. Essi sono troppo forti, hanno molti complici e manutengoli. Hanno troppi nomi istituzionali con i quali si fiancheggiano a vicenda, mestatori della nostra Italietta senza più direzione di marcia.

Ci ho provato, ma troppa ipocrisia intorno a me. A partire da quella politica degenerata che ancora oggi permette l’esistenza delle baronie universitarie. Complicità, compiacenze, connivenze, affarismo. Conosciamo tutti il campionario. Rettori amici di ministri, rettori che diventano ministri, ministri che diventano, una volta trombati dalla politica, rettori. O Senatori a vita. Ma anche certo giornalismo becero, affettato, ha molte colpe. Il suicidio non nasce geneticamente con l’uomo, piuttosto viene deciso dall’uomo quando la vita si manifesta come un tradimento, un oltraggio, un’istigazione. Non ci si uccide perché si è stanchi (o non solo), ma anche perché non si capisce più, si perdono sensi e significati. Nasce forte il senso di abbandono, esclusione, impotenza, isolamento. QUESTO CONCETTO LE È CHIARO?

Provo dannazione fortissima, mi rodo, mi immalinconisco fino a desiderare la morte se mi soffermo a pensare come e in che modo la vita mi abbia tolto la gioia suprema, unica, impagabile, di veder dormire mio figlio nel suo letto, dopo una sua giornata di studio e lavoro.
Non riesco a guardare una sua foto (eppure casa mia ne è piena) come se non riuscissi a guardarlo negli occhi. Non ho saputo aiutarlo, questo è il mio inferno privato, molto più sartriano di quanto lo stesso Sartre potesse concepire. Quando cerco un libro spesso mi imbatto in libri che Norman aveva letto o sui quali aveva studiato, ebbene, farLe lontanamente concepire cosa io provi sarebbe impresa miracolosa, professor Conte. Non riesco più a sfogliare molti di quei libri che mi riportano alla memoria l’immagine di mio figlio, chino su di essi a studiare. Ho la sensazione di banalizzare i suoi sacrifici permettendomi di sfogliare quei libri, di oltraggiarlo, per questo a poco a poco sto ricomprando molti testi, per non piangere ogni qual volta ne tiro fuori uno dallo scaffale, dal quale promana ancora fortissimo l’odore di Norman, delle sue mani, della sua matita sempre appuntita che sottolinea concetti e contenuti. Che annota ai lati del foglio riferimenti e spunti.

Ma voglio raccontarle un’altra storia, una delle tante storie che hanno infangato il Tempio della cultura del Belpaese. Ha mai sentito parlare di Luigi Vecchione? Claro que no. Nel novembre 2018 “Luigi Vecchione, 43 anni, stimato ingegnere meccanico che aveva lavorato a lungo come ricercatore all’Università La Sapienza di Roma”, decide di suicidarsi. Come Norman. “Proprio a questo rapporto con l’ateneo il padre attribuisce la decisione di suo figlio di farla finita. Questo perché Luigi, due anni prima, aveva sollevato un caso inviando un dettagliato esposto all’Autorità nazionale anticorruzione in cui denunciava l’esistenza di una vera e propria Concorsopoli all’interno dell’ateneo romano e di alcuni corsi tenuti a Viterbo. Segnalazione che l’Anac aveva a suo volta inoltrato alle procure di Roma e del capoluogo della Tuscia. Luigi aveva lavorato al suo progetto di ricerca fino al 31 agosto. Scaduto il contratto, l’incarico non gli era stato rinnovato anche se il progetto non era concluso. Avrebbe avuto bisogno di un altro anno per portarlo a termine. E poche ora prima di uccidersi ha voluto recarsi in questura, a Frosinone, insieme al suo avvocato”.

Luigi muore di “malauniversità”, proprio come Norman. Ovviamente, Presidente, i casi di Norman e Luigi, dei tanti Norman e Luigi d’Italia, sono gli effetti collaterali di un sistema ben rodato. Ma le grido forte io, in faccia Presidente: “Sono gli effetti collaterali di una mafia astuta, compatta, solidale, che invece di uccidere con le armi uccide con la delegittimazione, i favoritismi, l’istigazione al suicidio”. “Malauniversità, in 6 mesi 86 denunce di concorsi pilotati” (solo nel 2018) titola un quotidiano nazionale il 17 luglio del 2018. Dov’è l’indagine seria su tutti i nomi identici dentro l’università? E sulle amanti degli Ordinari? Lo sanno tutti dove cercare. E l’Ateneo di Palermo, saprebbe dirmi che fine abbia fatto? Inoltre: che ha fatto fin qui il magistrato incaricato della vicenda di Norman? Ha richiesto gli atti del dottorato? Mi ha ascoltato come da me richiesto due volte con raccomandata e con un esposto da me stesso depositato presso il tribunale di Palermo contro l’allora ministro Fornero, a quel magistrato medesimo indirizzato? Più comodo derubricare il suicidio di Norman a “insano gesto”.  E il Miur, ad esempio, con diversi ministri, non ha mai avviato un’ispezione sul dottorato di Norman; la magistratura, non so se abbia mai richiesto quegli atti. Il Rettorato? Assente ingiustificato. Mi dice come mai?  Sono stato ricevuto a Roma, presso il Miur (giorno 17 dicembre 2013), dal professor Marco Mancini e dal dottor Bani, rispettivamente dirigente generale e segretario particolare della ex ministro Carrozza e si è anche parlato del dottorato alla memoria mai concesso a mio figlio, quantunque egli fosse a tre mesi circa dalla conclusione di quel dottorato senza borsa. Da allora non ho ricevuto nessuna notizia, malgrado i miei solleciti per posta elettronica e telefonicamente. Eppure mi era stato detto che avrei ricevuto una risposta nel giro di due-tre giorni (sic!). Ma si sa, il silenzio placa gli animi. Intanto in Sicilia negli atenei sono fioccate le lauree  honoris causa a registi, autori, presentatori, capitani d’industria ecc. Ma il dottorato alla memoria a chi praticamente se lo era sudato, no, vero? Il dottorato alla memoria a un giovane studioso e talentuoso che attende ancora una verità giudiziaria, che non potrà certo usare il titolo accademico nell’aldilà, no, vero?  Sono stato ricevuto ancora al Miur in data 23 aprile 2014 dal professor Leto, segretario del ministro Giannini: stessa solfa. Lo avete più sentito? INTANTO CONTINUANO A VENIRE A GALLA SQUALLIDI ACCORDI SOTTOBANCO NEGLI ATENEI ITALIANI, A RIPROVA CHE IL LACERANTE MESSAGGIO DI NORMAN AVEVA UN FONDAMENTO, UNA RATIO CHE AFFONDA NELLA MAFIA E NELLA SUA LOGICA TERRITORIALE. A RIPROVA CHE LO STESSO LUIGI AVESSE RAGIONE.

A poche ore dalla morte di Norman, ho parlato di “omicidio di Stato”. Si è nei fatti “assassinato” un ragazzo brillante, giornalista, musicista, filosofo, che d’estate – e questa è storia, non racconto fantasy – faceva il bagnino presso un Circolo nautico. Per apprendere l’etica del lavoro e della fatica fisica, diceva. Altro che “choosy”, “bamboccione” o “sfigato”. Norman non era un depresso, tutt’altro. Il suo cervello esplosivo e graffiante era sempre in ebollizione e  la depressione non sapeva proprio cosa fosse: la sua era una concezione riflessiva ma briosa della vita. Gli amici lo chiamavano “Zuzzurellone” e così si è firmato nella lettera indirizzata agli stessi, scritta poche ore prima che mettesse in atto la sua drammatica decisione. Una decisione, comunque, maturata e metabolizzata nel tempo. Una dolorosa scelta filosofica oserei dire (purtroppo). Mio figlio nell’ultimo periodo era incazzato, questo è l’aggettivo giusto. Il suicidio di Norman scaturisce dalla rabbia, dall’impossibilità di poter cambiare le cose e il suo gesto va catalogato come altruistico, perché parrebbe che i morti non godano di benefici terreni. Mio figlio con le sue due lauree con lode, il dottorato senza borsa pressoché concluso (terzo e ultimo anno) e il tesserino di giornalista pubblicista in tasca, non si sentiva un laureato di serie B, è semmai dentro quel dottorato che si sentiva di serie B: emarginato, non considerato, isolato come una metastasi da estirpare. Quel senso di isolamento lo fece sentire di serie B a soli ventisette anni. È dentro quel dottorato che monta a dismisura la sua  rabbia. È DENTRO QUEL MALEDETTO DOTTORATO CHE AVRESTE DOVUTO CERCARE. TUTTI. QUESTO CONCETTO LE È CHIARO?

E Lei, Presidente, Lei che conosce bene il mondo accademico per farne parte, si permette di ignorare le lettere di un cittadino che ha perduto tutto al tavolo della roulette, senza aver mai giocato. Un tavolo da gioco il cui croupier è lo Stato, oggi Lei medesimo.

Norman non chiedeva niente di speciale, soltanto una possibilità alla pari degli altri. Gli è stata negata, credetemi, e tutta la mia famiglia è diventata una sorta di palcoscenico del dolore. Non siamo ricchi, ma non abbiamo mai patito la fame, eppure Norman adorava fare il bagnino d’estate per guadagnarsi qualche euro in più da spendere in libri, una pizza con la sua fidanzata e poi quel che rimaneva lo versava in un libretto di risparmio postale: ancor oggi esiste quel libretto postale con i risparmi di mio figlio. Verifichi, Presidente, verifichi. Accetti la mia sfida!

Il Comune di Palermo ha intestato uno spazio urbano a mio figlio, la Rotonda Norman Zarcone e ha indetto in suo nome la “Giornata del Merito”, mentre l’Ordine dei Giornalisti (Norman, ripeto, era anche giornalista, oltre che musicista) ha intitolato due borse di studio in sua memoria; a lui sono stati dedicati libri, canzoni e tesi di laurea: basta cliccare su Google per avere contezza. E il “suo” ex ministro Fioramonti aveva promesso a me e al presidente dell’associazione Norman Zarcone, davanti al sindaco di Palermo, che avrebbe fatto diventare  nazionale la “Giornata del Merito”: lo ha più visto?

È normale che dodici disegni di legge giacciano nelle aule dell’Ars (disegni di legge per istituire una Fondazione in memoria di Norman), sotto due presidenti di Regione, senza che siano stati mai discussi, uno in particolare col parere favorevole della Commissione Cultura e il plauso dell’allora assessore all’Istruzione Mario Centorrino?

È normale che in questa legislatura all’Ars sia stato presentato un ulteriore disegno di legge (il tredicesimo) a favore dell’Associazione Norman Zarcone e che esso abbia fatto la fine degli altri dodici?

Ecco perché Le scrivo. Affinché Lei venga a Palermo per parlare con la gente che conosce la vicenda, a partire dal Primo cittadino Leoluca Orlando. Affinché Lei, Presidente-professore, possa indossare gli abiti della Giustizia e del Potere che incontra la realtà dei cittadini. Vorrebbe fare questo? Saprebbe fare questo, Lei che si è autodefinito l’“avvocato degli italiani”? Accetti questa sfida, esca dal silenzio, rifiuti il verbo complice dei suoi predecessori e vesta finalmente gli abiti della Vergine e incorrotta Dike. Diversamente sarà poi compito della ‘cieca’ Themis.

Claudio Zarcone

Via F.sco Lucchesi Palli, 40/B

90124 Palermo – 335 6669171

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