REGGIO – UNMONDODIMONDI: Appello ai candidati: Per il diritto alla casa alloggi popolari come beni collettivi

L’emergenza sanitaria e la grave crisi economica  hanno evidenziato il fallimento della politica di privatizzazione e della proprietà privata nella tutela dei diritti fondamentali, non solo in relazione  al diritto alla salute. Soltanto una   politica dei beni collettivi può garantire una parità nell’esigibilità dei diritti sociali.  

Anche il diritto fondamentale alla casa per essere garantito ha bisogno di una politica degli alloggi popolari, intesi come beni collettivi perché realizzati con finanziamenti pubblici. Quindi  beni  di “proprietà”  della collettività  la cui gestione è affidata all’ente pubblico, ma pure all’azione responsabile di tutti i “proprietari” che sono i cittadini.

I beni collettivi non sono un fenomeno “naturale”, non semplicemente qualcosa che appartiene ed è accessibile a tutti, ma qualcosa che dipende dalle decisioni umane e dalle azioni delle persone.

Concepiti  come beni collettivi, gli alloggi popolari non dovrebbero  essere considerati  dei beni-merce,    zavorra per i comuni  che per questo scelgono  di  ridurli  in proprietà privata per le famiglie assegnatarie con capacità di acquisto. La vendita degli alloggi agli assegnatari, come azione costante non equilibrata da azioni di acquisizione di nuovi alloggi,  ha negato il diritto alla casa a molte famiglie a basso reddito, riducendo il patrimonio pubblico progressivamente e irreversibilmente. Da considerare che l’alienazione dell’alloggio alla famiglia assegnataria che l’ha abitato per anni, prospettata e finalizzata come un “premio” , non migliora in alcun modo le condizioni di vita dell’assegnatario e del suo diritto alla casa. Difatti il diritto alla casa è già garantito completamente e pienamente  dall’uso dell’alloggio e da un adeguato rapporto di locazione sociale con l’ente gestore, che chiaramente deve rispettare pienamente il suo ruolo.  In realtà la privatizzazione-vendita degli alloggi serve agli enti gestori per fare cassa e agli assegnatari, con un reddito sufficiente, a  fare un buon  affare. Difatti gli assegnatari che acquistano la casa popolare lo fanno, secondo legge,  ad un prezzo che è nettamente inferiore a  quello di mercato.  La vendita  degli alloggi è quindi  una sottrazione di  beni collettivi garanzia di  un diritto fondamentale per le fasce sociali più deboli, per farne un bene di mercato. e, in questo modo,     sottrarre  il  diritto alla casa a parte della popolazione. La  giustificazione, fondata sulla presunta non sostenibilità economica degli alloggi popolari come beni collettivi, non corrisponde ai fatti. Il patrimonio degli alloggi popolari  è  sostenibile per i bilanci dei comuni.  Il settore infatti ha  una copertura strutturale  delle spese sugli alloggi  che deriva dalle  entrate  dai  canoni mensili, dalle vendite degli alloggi e dai finanziamenti statali ed europei destinati al settore. Purtroppo sia le entrate che i finanziamenti, per scelta politica, non vengono utilizzati per il settore alloggi ed in questo modo viene “costruita” la non sostenibilità economica degli alloggi popolari.

Anche la mancanza delle verifiche sulla permanenza dei requisiti da parte dei comuni, frutto di una visione dell’alloggio popolare come prodotto-merce considerato dis-economico,  ha  impedito il turn-over  nell’utilizzo dell’alloggio. Non ha consentito, come previsto dalla normativa vigente, che chi non  ha più bisogno lasciasse l’alloggio a favore di  chi  ne ha necessità.  Questa grave negligenza dei comuni,  ha  esposto il patrimonio collettivo ad un utilizzo privatistico, con occupazioni da parte di soggetti che non hanno diritto ad un ’alloggio erp ma che lo utilizzano per ricavarne un  profitto. Ma non solo. Anche famiglie con un reale bisogno occupano gli alloggi  perché i comuni non danno loro una risposta. Quest’ ultima tipologia di occupaziome pur rispondendo ad un diritto negato, è frutto di una competizione selvaggia, nella quale ha la meglio chi ha più “mezzi” ed “informazioni”, non rispetta una visione collettiva e solidarista, non considera le altre famiglie con lo stesso bisogno o maggiore. Per la stessa ragione l’alloggio occupato viene utilizzato come un bene considerato “merce”, a volte un bene “usa e getta”.  Da qui la necessità che la visione degli alloggi popolari come bene collettivo sia recepita pienamente non solo dagli enti pubblici gestori, ma  anche da coloro che hanno diritto alla casa e dal resto della collettività. Ma, come avviene per altri beni collettivi, questa cultura si diffonde  soprattutto grazie alle corrette azioni di gestione dell’Ente Pubblico che purtroppo, oggi,  non vanno nella direzione della visione dell’alloggio popolare come bene collettivo.

Per questo, per  avviare una politica degli alloggi popolari come beni collettivi, gli enti gestori dovrebbero  garantire, con le adeguate azioni di verifica, il tun-over e dovrebbeo rilanciare nel modo giusto la gestione economica del settore erp,  utilizzando tutti i fondi stornati del settore ( gli 11 milioni del Decreto Reggio) , quelli  non utilizzati ( i fondi Gescal ) ed i  fondi europei ( Pon Metro) che possono essere richiesti per l’acquisto di nuovi alloggi. Sul territorio del Comune di Reggio e della città Metropolitana gli alloggi privati vuoti sono decine di migliaia e per questo il rilancio della politica degli alloggi popolari come beni collettivi potrebbe realizzarsi attraverso gli acquisti di nuovi alloggi popolari dal mercato privato con i fondi già citati. In questo modo si garantirebbe il diritto all’alloggio popolare alle famiglie vincitrici dei bandi ordinari,  in emergenza abitativa  o richiedenti   un cambio alloggio per diversi motivi, tra i quali anche quello della fuoriuscita dai i ghetti delle case popolari, come nel caso del quartiere Arghillà o Ciccarello.

 

Reggio Calabria 18 settembre 2020

Il Direttivo Un Mondo Di Mondi